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[Interviste]
Morgan
7 dicembre 2003
Incontriamo Morgan allo Zoo Animal Sound, dopo le prove del concerto
che avrebbe tenuto quella sera. I suoi musicisti stanno ancora provando
gli strumenti e lui deve correre in albergo. Il tempo è poco,
ma lui si dimostra disponibile a rispondere alle nostre domande.
Ecco quello che ne è uscito.
La scenografia dei tuoi spettacoli è molto particolare:
un misto tra gli anni sessanta, l’intimità di un salotto
di casa e a volte richiama anche lo scenario di una chiesa. Tre
elementi che poco hanno in comune tra loro, ma li ritroviamo uniti
sul tuo palco. Perché questa scelta?
Onestamente l’idea della chiesa non era stata considerata.
Forse c’è un’atmosfera un po’ gotica, o
comunque ha a che fare con un’estetica un po’ cerimoniale.
Il candelabro credo sia la cosa che porta in quella direzione. Però
io a casa ne tengo di candelabri normalmente, per cui è conforme
al mio gusto. E’ una scenografia che ho ideato io perché
il concetto era quello di simulare l’appartamento nel suo
stato di decadenza come se fosse quasi crollato il soffitto, e quindi
diventa un interno che fu e oggi è un esterno. Questo è
successo anche a molte chiese bombardate che non hanno più
il tetto e ovviamente non sono più chiese dove si praticano
i riti, ma esistono comunque e sono molto suggestive. A me piacciono
molto le chiese bombardate da un punto di vista di suggestione,
poi, ovviamente, è anche terribile pensare che c’è
anche stato il momento in cui sono state bombardate. Ma in effetti
questo appartamento ha subito una specie di bombardamento, cioè
di distruzione, di crollo, e le canzoni così escono dallo
stato di intimità, non sono più interne all’appartamento,
ma vengono portate in giro. Ecco perché nella tournèe
era il modo di ambientare queste canzoni che fanno parte a quel
punto, di un esterno, che subisce anche le intemperie: infatti c’è
della vegetazione sul palco, come se fosse piovuto in questo appartamento
e fossero cresciute le piante in modo naturale laddove c’erano
i mobili. E’ la simulazione di uno stato di abbandono tutto
questo, ed è questa l’idea che volevo trasmettere.
Nelle considerazioni sul tuo futuro prossimo, hai mai contemplato
la possibilità di interessarti alla recitazione o all’improvvisazione
teatrale, o comunque ad una sorta di collegamento tra la composizione
musicale e la rappresentazione scenica, che già traspare
in alcune tue esibizioni?
Per me la dimensione recitativa, mescolata a quella del cantare,
e quindi della performance musicale, è abbastanza naturale
, mi è congeniale, ma non ho mai affrontato degli studi specifici
per recitare o degli studi che riguardassero l’uso del corpo,
come appunto il balletto o il mimo. Devo dire, però, che
in un futuro abbastanza prossimo, mi piacerebbe molto dedicarmi
allo studio della danza e del mimo, cosa che mi è sempre
venuta naturale, anche se sono autodidatta in quello, e così
come nella recitazione e quindi nell’impostazione vocale che
non sia il canto, non ho mai fatto esperienze più di tanto
impegnative. Ho fatto delle piccole parti in alcuni film, per adesso
due. Uno è il film di Battiato, “Perduto Amor”,
e l’altro è il film di cui sto componendo la colonna
sonora, che si chiama “Il Siero Della Vanità”
ed è un film che uscirà in primavera, per la regia
di Alex Infascelli; qui recito nella parte del gatto con gli stivali,
quindi mascherato ed irriconoscibile dove però canto una
canzone.Ora mi sto apprestando a doppiare il personaggio cattivo
di un videogioco. E’ la prima volta che faccio il doppiatore.
Mi diverto a fare questo tipo di cose, anche se non sono principalmente
un attore, anzi non lo sono affatto. Sono ambiti contigui ma molto
diversi quelli del far musica e quello del recitare. Ogni tanto
si contaminano. Io nei miei concerti, ad esempio, tendo a inserire
delle parti di lettura: pagine di romanzo o poesie, senza avere,
comunque una costanza in questo tipo di cose, quindi non mi sono
mai concentrato particolarmente. L’ho fatto in modo un po’
distratto.
Tra le tue idee c’è quella di considerare i Bluvertigo
come il luogo della sperimentazione dell’eccesso, del gioco,
e di lasciare alla carriera solista il ruolo di rappresentare te
stesso. Si presenta quindi un dualismo Morgan-Marco. Il desiderio
di dar voce a Marco è giunto solo ora con la maturità,
la raggiunta serenità o è stato sempre presente? Mi
vengono in mente brani come “I Still Love You”, o “La
Comprensione”, brani intimisti e quasi autobiografici.
Quei brani sono dei Bluvertigo, ma forse appartengono più
alla mia dimensione personale e solistica. E’ strano, però,
notare come tu parli di raggiunta serenità. Ti smentisco
perché si tratta di una perdita di serenità, per quanto
mi riguarda; anzi vorrei cercare di riacquistarla, la stessa serenità
che avevo quando scrivevo canzoni inquiete. Infatti quando sono
sereno, appagato, felice quando riesco a trovare concentrazione
nella musica, scrivo cose inquiete, ma perché riesco a concentrami
di più non avendo distrazioni. Ora è da un po’
che vivo un periodo confusionale, di perdita di uno stato d’animo
sereno, della quiete, e questo è come se mi togliesse un
po’ la direzione musicale precisa, come se fosse sempre più
difficile fare delle scelte sagge, ferme, convinte, come se adesso
fossi un po’ tremante in quello che faccio, insicuro, estremamente
debole, attaccabile, indifeso, e non sono molto contento di vivere
questo tipo di situazione; non vedo l’ora di superarla e mi
sto molto impegnando in questo, per uscire da questo stato di irrequietezza
ingiustificata che, a volte, raggiunge anche dei livelli di passionalità,
di tormento romantico e passionale.
Tutto questo, però, non è molto amico della musica,
perché quando uno scrive le canzoni, deve riuscire a pensare
solo a loro e non alle altre cose, come ad esempio le persone da
inseguire, o le situazioni da recuperare. Devo riuscire a concentrarmi
di più su me stesso, cosa che fanno tutti quelli che svolgono
il mio lavoro, e non solo. Normalmente gli artisti sono pieni di
narcisismo vomitevole e strabordante, che è poi la molla,
il motore principale, di quello che fanno, ma sono persone che riescono
ad essere qualcosa solo all’interno di quello che fanno; appena
escono da quell’ambito che parla di loro e del loro ego, scompaiono,
non sono più niente, anzi non riescono proprio ad uscirne.
Io invece, devo dire, che sono anche riuscito a rinunciare ad una
megalomania tipica del narcisista, e ho, in qualche modo, rinunciato
ad una serie di ambizioni e di presunzioni che fanno parte dell’artista
con la A maiuscola, che si crede tale, e ripete continuamente a
se stesso “io sono un genio, io sono un’artista”.
Io questa cosa non la faccio, e anzi un po’ mi vengono i brividi
a pensare che io dico a me stesso che sono un’artista. Tutto
questo, però, non aiuta certo la mia carriera, perché
mi pone addirittura a volte a livello di pubblico e non più
sul palcoscenico.
E’ un periodo di conflitto.
Eleonora Brunetti
Elisa Pasetto
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