|

|
. |
[Interviste]
Cristina Donà
Domenica 12 settembre 2004 Siamo nel back-stage della seconda giornata
del Tora Tora di Milano. In un ambiente molto rilassato e amichevole
incontriamo Cristina Donà, non impegnata oggi nel palco,
che ci racconta un po’, nel corso di una piacevole chiacchierata
(speriamo piacevole anche per lei, per noi lo è stato sicuramente),
del suo ultimo progetto (l’album “Cristina Donà”,
recentemente pubblicato in inglese e che la vedrà lanciarsi
in altri mercati internazionali) e non solo.
DOMANDA : Come è stato innanzitutto tradurre delle canzoni
proprie in inglese? E come ti sembra cantare in inglese delle canzoni
che avevi cantato in italiano?
CRISTINA : Il lavoro più importante è
stato fatto da Davey Ray Moor, il produttore del mio ultimo album
in italiano (Dove sei tu, ndr) ed anche di quest’ultimo. Prima
ancora, però, ho affidato a Davide (Sapienza, mio marito)
la traduzione letterale dall’italiano all’inglese. Davide,
oltre a conoscere l'inglese molto bene, ha in passato tradotto testi
di autori importanti, quali U2, etc. Diciamo che ero in buone mani!
Si trattava di tradurre in un'altra lingua il mio mondo: Davide
e Davey erano e sono perfetti per questo.
DOMANDA : Intendi dire tradurre con la tua sensibilità?
CRISTINA : Assolutamente si. Davide mi conosce
bene, quindi sapeva come tradurre le immagini delle mie canzoni.
Davey ha avuto il compito difficilissimo di portare quelle traduzioni
letterali ad una stesura “canzone”, cioè sistemare
le metriche, le rime, dovendo mantenere il significato. Ci teneva
tantissimo. Davey è un autore straordinario di canzoni. Scrive
testi bellissimi e, fortunatamente, ha saputo lavorare anche sulla
parte più femminile del mio repertorio. Davey ha una sensibilità
femminile spiccata, e lo si vede dai testi che scrive. Ricapitolando
il lavoro si è svolto così: Davey ha letto le traduzioni
e provato a trasformarle in canzoni come bozze, dopo di ché
si è parlato a lungo di alcuni punti delle canzoni dove io
non ero, per così dire, esplicitamente in una direzione piuttosto
che in un’altra. Nei miei testi ci sono molte immagini, molte
metafore: ci sono letture aperte. Lui doveva capire da che parte
andare e questo lo abbiamo fatto analizzando molto i testi cercando
di capire quello che volevo trasmettere realmente. In alcuni punti
mi sono dovuta lasciar andare. Ho concesso a lui delle libertà
sull'interpretazione perché era giusto che fosse così.
Non è stato difficile, anche se ovviamente, come dico spesso,
in questo album mi sento più un’interprete che un’autrice,
perché, pur essendo delle traduzioni dei miei testi, la rilettura
è stata fatta da un’altra persona.
DOMANDA : Quindi tu, a livello personale, ti senti meglio a
cantare in italiano piuttosto che in inglese?
CRISTINA : Come autrice si, ma come cantante non
trovo grande differenza. A volte è più facile l’inglese
( a parte le difficoltà nella pronuncia ) perché il
suono nella lingua inglese è più adatto alla musica
rock e pop (che è poi quella che faccio io) perché
sono nate lì. Il suono della musica rock e pop è un
suono inglese, non tanto italiano, ma ci possono essere dei “modi”.
Io sto cercando il mio modo. E' un modo di cantare derivativo. Il
blues è sicuramente una componente essenziale.
DOMANDA : Infatti tu hai un modo molto passionale e molto sensuale
di cantare, che è riconoscibile nel panorama italiano. Di
cantanti che cantano così come te non ce ne sono tante.
CRISTINA : Lo spero. Ci ho messo un po’
a scrivere canzoni e a trovare la mia strada. Forse quest'aspetto
di me si è palesato grazie alla musica. Io non sono mai stata
una che, nella vita di tutti i giorni, cercava di apparire sensuale:
mi sono sempre nascosta. La mia natura femminile è sempre
stata, in qualche modo, da me celata. La musica mi ha aiutato a
far uscire questa caratterisctica: mi ha dato una possibilità
di vivere meglio questo mio aspetto. Ci ho messo tutta questa sensualità
senza saperlo. Non l'ho deciso a tavolino, semplicemente mi ha dato
modo di farla uscire. Mi fa molto piacere che tu abbia notato questo.
Non è che fossi un maschiaccio, però mi sono sempre
vista più maschile che femminile. Credo di aver cominciato
a vivere la mia femminilità da quando faccio questo mestiere.
Forse perchè mi sento a mio agio, sento che sono pienamente
me stessa. Mi sento molto più donna adesso di quando avevo
diciannove anni! Viviamo in un paese dove il cattolicesimo è
pesante. Io non ho avuto dei genitori bigotti, per carità,
ma questo "peso" comunque tramite altre presenze: amiche,
genitori delle amiche. “Vestiti! Copriti! Perché se
no…”.
DOMANDA : In “Dove sei Tu” c’era già
una canzone in inglese, “Give it back”. Già da
questa mi sembra che, a parte la pronuncia che è molto buona,
provi a scandire molto le sillabe, non come fanno tanti cantanti
che in inglese tendono a storpiare le parole. Tu hai questo tuo
modo di scandire bene le parole anche quando canti in italiano,
hai portato questo anche nell’inglese?
CRISTINA : Non so. Nelle nuove canzoni, abbiamo
"arrotondato" molto la pronuncia e di conseguenza credo
siano più "smussate" le nuove versioni. Anche se,
né a me né a Davey, interessava far finta che io non
fossi italiana. La cosa che solo Davey poteva fare ( perché
io non ne sono in grado non essendo madrelingua) era quella di lavorare
su quegli accenti che facevano “pizza e maccheroni”.
Per sempio tendiamo a non pronunciare bene le H. E questo è
un problema, perché alcune parole senza H assumono un altro
significato. Gestire l’aria pronunciata assieme all’H
è un po’ più difficile, se non ci si è
abituati Noi non abbiamo l’H aspirata. Comunque spero di essere
riconoscibile come cantante italiana, come Bjork lo è in
quanto islandese. Su di lei l'accento forte fa esotico. Del resto
è un genio, un genio esotico. Spero di avere lasciato (ma
di questo ne sono convinta, perché mi fido molto di Davey)
quella parte italiana, magari questa che notavi tu, che non fa troppo“pizza
e maccheroni”.
DOMANDA : Ma l’idea di tradurre le canzoni è stata
tua o di Davey?
CRISTINA : Ho iniziato facendo cover in inglese
per cui il desiderio di dare un seguito a quest'esperienza c'era.
Ho capito che se non fai musica etnica devi cantare in inglese se
percorri strade come le mie. Al Meltdown Festival a Londra nel giugno
del 2001 mi ero esibita totalmente in italiano. Ma quello è
un contesto dove ti permettono di cantare nella tua lingua: per
il resto diventava un po’ più difficile. Avevo capito
che, o si lavorava con l’inglese oppure non c’era possibilità!
Per quello ho messo nel mio disco in italiano (Give it back in Dove
sei tu, ndr) un brano in inglese da subito, in modo da poter presentare
non tanto una cover, ma una mia canzone in inglese, e dire: “ok,
io sono così, vi piace? Bene, vi sentite le altre e fate
conto che posso tradurre anche quelle”. Quello è un
brano (Give it back), tra l’altro, scritto con Davey da subito
in inglese.
DOMANDA : Ed è un pezzo che ti rappresentava?
CRISTINA : Si , mi piaceva, ma il lavoro di traduzione
degli altri testi è stato più lungo e pesante. Per
questo album in inglese si trattava di tradurre canzoni già
finite, con un loro senso compiuto, mentre per Give it back si partiva
quasi da zero. È stato un lavoro lungo quello di riadattamento
dei testi! Davey è venuto da noi due mesi partecipando al
tour con me proprio per lavorare senza interruzione. Abbiamo dato
molto spazio all'esercizio sulla pronuncia, registrando i brani
chitarra e voce con il walkman che poi riascoltavo a casa. C’è
stato un momento in cui ho pensato “Ma chi me lo ha fatto
fare!?”.
DOMANDA : A livello di interpretazione come te le senti in
inglese?
CRISTINA : Molto bene. È vero che alcune
cose non sono totalmente mie, ma io nasco come interprete, e non
come autrice, proprio con le cover di artisti stranieri. Successivamente
sono diventata un’autrice.
DOMANDA : Che cover facevi?
CRISTINA : Facevo dagli U2 ai Waterboys, Sinead
O’Connor, etc. Insomma, tutti gli artisti che mi piacevano
all’epoca.
DOMANDA : È per questo che durante ogni concerto fai
sempre delle cover? Come le scegli? Al momento o le prepari in scaletta?
CRISTINA : Si. Dipende. Ci sono canzoni, ad esempio
Grace di Jeff Buckley, che facevo poche volte dall’inizio
alla fine. La inserivo come una sorta di citazione in “Ho
sempre me”, nel finale dove avevo la libertà di decidere
all'ultimo momento se eseguirla o no. Poi ci sono cover che abbiamo
preparato, tipo Coming Up di Paul Mc Cartney o Brass in Pocket dei
Pretenders, eseguite durante il tour di Nido: erano inserite in
scaletta. Compilo scalette perché è giusto che ci
siano come traccia, ma può accadere che in quel momento non
mi vada di fare un brano, così lo depenno al momento, con
grande disappunto dei miei musicisti. Diciamo che le cover sono
spesso parte delle mie esibizioni. Lo saranno sempre, credo. Tra
l’altro ho un' idea che ti do in anteprima che è legata
alla promozione di questo disco in Italia. Siccome mi sembra ridicolo
ripresentare canzoni che ho cantato in italiano fino all’anno
scorso, anzi fino a quest’anno, riproponendole in lingua inglese,
ho pensato di provare a portare sul palco le cover che ho eseguito
negli anni in cui andavo nei pub a suonare e che fanno parte di
quel passato che mi ha aiutato ad amare così tanto la musica
ed a arrivare fino a dove sono arrivata adesso. Questo lo farò
senz'altro a Radio Popolare il primo ottobre in una maniera che
non ho ancora deciso.
DOMANDA : Sai perché ti dico questo, perché al
Tora Tora Festival di Castelnovo sui Monti del 2003 (per chi era
là sicuramente si ricorda), prima del concerto e durante
i cambi-palco hanno continuamente messo Ben Harper, e quando hai
suonato tu, hai eseguito una cover di Ben Harper. Quindi io ed altre
persone ci siamo chieste “magari ha sentito tutto il giorno
Ben Harper e le è venuta voglia di suonarlo”. È
andata così?
CRISTINA : Si, è vero. Anche i musicisti
non lo sapevano, lo hanno scoperto quando ho cominciato a cantarla.
Sono brani che mi danno la possibilità di poter cantare su
un accordo solo, senza dover spiegare struttura o altro: that's
blues. Comunque i miei musicisti la conoscevano perché la
suonavo durante il primo tour assieme a Clap Hands di Tom Waits.
Penso che sarò molto più impegnata all’estero
in questa prima fase di promozione, che in Italia. Almeno me lo
auguro, visto che la promozione di “Dove sei tu” è
già stata fatta in Italia. Comunque, come ti ho già
detto, la promozione italiana sarà legata al mio passato
di coverista. Mi piace molto l'idea. Nell’ultimo album c’è
How deep is your love dei Bee Gees. E' una canzone che ho ascoltato
molto: quando uscì Saturday Night Fever arrivò come
un vero e proprio evento. Avevo undici anni ed è entrato
a far parte del mio DNA.
DOMANDA : Ed invece Wuthering Heigths, la cover di Kate Bush,
che è una canzone abbastanza difficile, come suona?
CRISTINA : Mi è stata suggerita da Manuela
della Mescal, che è una grande fan di Kate Bush. È
una canzone che mi piaceva e che mi dato la possibilità di
conoscere meglio la Bush andando oltre a Don’t give up con
Peter Gabriel e poche altre cose. E' straordinaria! Un’autrice
pazzesca, geniale! Quella cover l' ho presa come una sfida. È
abbastanza difficile vocalmente. Il fatto che fosse in falsetto
e quindi fortemente caratterizzata, mi ha dato la possibilità
di spostarmi diametralmente su un altro versante. L'ho cantata a
voce piena, per evitare di cadere nel grottesco con un'imitazione
della sua splendida voce.
DOMANDA : Com’è invece il tuo rapporto coi produttori
che alla fine collaborano sempre con te e diventano parte attiva
di formazione dell’album?
CRISTINA : Fin dall’inizio, ho avuto bisogno
di qualcuno con cui confrontarmi. Forse Wuthering Heigths, è
l'unico esperimento senza un vero produttore. Ho bisogno di un supervisore.
Io concepisco i miei brani chitarra e voce. Ho bisogno di avere
qualcuno che mi dica cosa fare e cosa non fare. Non perché
non lo sappia, ma perché mi dà una direzione: a quel
punto posso decidere di andare anche contro quella direzione, però
c’è. Mi devo sentire seguita. Devo avere un rapporto
molto stretto con il mio produttore, per questo con Pagani non è
andata. Perchè non c'era tempo e forse nemmeno la voglia
(per motivi che non sto qui a spiegare) di costruire un rapporto
fatto di costanza lavorativa. Colpa anche mia, naturalmente. Per
ora sono abituata così. Credo sia già molto difficile
fare canzoni, comporle ed arrangiarle coi musicisti. Si, potrei
fare una cosa chitarra e voce, ma le idee che mi sono sentita portare
da Manuel o da Davey mi hanno fatto crescere moltissimo. Alla fine
mi interessa quello, crescere e concentrarmi su ciò che so
fare meglio. Non mi interessa far vedere che sono capace di produrmi
un disco da sola, perché il mio lavoro è cantare e
scrivere, non produrre.
DOMANDA : A livello live avevi portato l’anno scorso
in tour dei set acustici solo voce e batteria o solo voce, basso
e chitarra, che erano stati molti intensi. Credi che la versione
acustica regga magari molto bene dal vivo, ma meno nel disco?
CRISTINA : Sono equilibri che io non riesco ancora
bene a capire. Magari un mio album tutto chitarra voce può
diventare pesante, però amo moltissimo un album di Joni Mitchell,
“Blue”, che è sostanzialmente un album acustico.
Un altro genio assoluto. Dal vivo è diverso. Sento che posso
osare e passare dalla band al gran completo al minimale-acustico:
vado molto ad istinto. Anche questa idea delle cover in Italia,
di aver fatto l’ultima parte di tour un po’ in duo con
Cristian (Cristian Calcagnile, il batterista, ndr) ed un po’
in trio con gli altri due musicisti, questa cosa pazza, sono cose
mie. Perché durante il live ho bisogno di cambiare spesso,
sennò mi annoio.
DOMANDA : A livello di testi tu descrivi molto te stessa con
le tue fragilità e debolezze, seppure si nota una certa differenza
da “Tregua”, dove si percepiscono molto di più
queste insicurezze, a “Dove sei tu”, dove invece sembri
una persona più serena e felice. Come ti senti ora e come
evolveranno i tuoi testi?
CRISTINA : Questo non te lo so ancora dire. Sto
scrivendo un sacco di cose diverse tra di loro. I primi tre album
rappresentano una sorta di trilogia, un percorso di “Cristina”
che ha avuto inizio con “Tregua” e si è concluso
con “Dove sei tu”. E' stata una scelta terapeutica quella
di lavorare nell’ultimo album a dei testi più diretti,
più semplici, più ottimisti e comunque meno arzigogolati.
Mi rendo conto che i “non”, i “se”, i “forse”
fanno fare dei giri troppo complessi alle frasi ed al significato.
A volte sono interessanti, a volte no. E, siccome quell’esperimento
l’ho già applicato al primo album ed in parte anche
al secondo, ho voluto provare a farne un altro, pur avendo dubbi
e perplessità come nel lontano '95. Ho cominciato a lavorare
in un’altra direzione. Quando ho scritto “Tregua”
mi ero appena trasferita dalla città alla montagna. Un passaggio
molto forte. In “Tregua” c’è lo strascico
della vita cittadina, quell’appesantimento legato ad un tipo
di vita che non era esattamente quello che poteva aiutarmi a scrivere
dei testi in un certo modo. In “Nido” c’è
la mia voglia di guardare fuori. Ecco perchè ci sono molte
metafore legate alla natura...ed è naturale che sia così
(Cristina scherza sul gioco di parole natura-naturale).
DOMANDA : Com’è il tuo rapporto con l’ambiente
esterno?
CRISTINA : Credo che il territorio, qualunque
esso sia, ti influenzi tantissimo. È la nostra proiezione.
Il territorio crea uno scambio continuo con noi, nel bene e nel
male. Il territorio devastato in qualche modo lavora sulla tua anima,
sicuramente in un modo negativo. Ci sono quelli che preferiscono
abitare in città... poi lo si vede nei testi, nelle musiche
e nelle atmosfere. Prendi ad esempio Joni Mitchell e Neil Young,
queste persone sono canadesi: ok, poi si sono trasferite in California
(altro luogo di spazi, per altro), ma si sente lo spazio della loro
terra nelle canzoni. I Sonic Youth sono di New York: anche questo
si sente. Il territorio ha un’importanza fondamentale. Da
un'impronta indelebile all'immaginazione. L'ho trovato più
volte scritto nel libro di Davide "I diari di Rubha Hunish".
E' un discordo condiviso e da lui analizzato molto bene nelle pagine
del manoscritto. Mi piace parlare di questo con lui. Mi chiarisce
le idee. Credo molto nel rapporto con il territorio e spero di riuscire
sempre ad esprimere lo spazio attraverso un’atmosfera consona.
Spero anche, quando sarà la volta della canzone cupa, di
riuscire a renderla “in modo naturale”. Perché
quando la natura esprime la sua “negatività”
tra virgolette, anche quando esprime qualcosa che per noi è
brutto, rimane naturale, cioè in armonia. Ecco, quello che
io spero di fare è questo: di trovare un’armonia anche
nell’esprimere cose negative. Il territorio e la natura ti
insegnano a fare questo. Anche la cosa più brutta in realtà
è naturale e ha una sua logica. Noi esseri umani riusciamo
a sporcare queste logiche. Nel mio percorso vorrei riuscire a ripulirmi
un po’ da queste “tossine”che confondono le idee.
DOMANDA : Ci sei riuscita in parte?
CRISTINA : No. Come dice Bijork, “l'album
più bello lo farò a sessant'anni” io aggiungo
"spero di essere ancora in grado di fare musica quando avrò
sessant'anni". Il percorso è lungo. La maturità
e l’esperienza sono importanti. Intanto, siccome non sono
Britney Spears, e non punto tutto su ombelico e faccina bella, dovrei
poter cantare le mie canzoni con la stessa dignità con cui
le canto oggi. Magari meglio di oggi. (Comunque Toxic mi piace molto,
credo sia una bellissima canzone pop - aggiunge Cristina).
DOMANDA : Invece, a livello musicale, com’è quello
che stai scrivendo ora? Verso che percorso andrà, alla luce
delle sonorità più rock di “Tregua” a
quelle più sperimentali di “Nido”, fino a quelle
più “pop” di “Dove sei tu”?
CRISTINA : Sto componendo molto al piano. Mi diverte.
È uno strumento che mi piace moltissimo anche se non lo so
suonare bene. Mi dà la possibilità di trovare accordi
che sulla chitarra è più difficile trovare. Sto cercando
atmosfere molto aperte, un po’ come ti dicevo prima. Sto componendo
musiche che, per ora, sembrano più delle colonne sonore che
canzoni. Ascolto moltissimo la musica strumentale. Sto riascoltando
in questi giorni la colonna sonora di Blade Runner e in generale
Vangelis, la colonna sonora della Sottile Linea Rossa, Brian Eno,
musica classica, Bach, Mozart, etc. È come se avessi bisogno
di azzerare un po’ il fronte dei testi e di pensare alla musica
e basta.
DOMANDA : Tu musicalmente che ascolti? Dipende dal periodo?
CRISTINA : Mah! in genere si. Mi è piaciuto
molto questo cantante norvegese che si chiama Sondre Lerche. Davvero
molto molto bravo. Ha fatto un album compositivamente bellissimo.
Ho visto un video che mi è piaciuto e così abbiamo
preso l'album...a scatola chiusa. Ho la fortuna sfacciata di essere
sposata con una persona che ha centinaia di dischi per cui mi ci
vorranno diversi anni per ascoltarli tutti con attenzione. È
lui che va a comprare, io ascolto...a parte qualche eccezione. Ti
posso dire invece cosa non amo molto: l’hip hop. È
una musica che non mi appartiene. Mi piacciono alcune cose, ma non
riesco a seguirla, non mi arriva proprio come vibrazione musicale.
Per il resto ascolto tutto quello che mi comunica qualcosa. E ce
n'è di musica che comunica!
DOMANDA : Incide quello che ascolti su quello che scrivi?
CRISTINA : Indirettamente si, ma non ti so dire
in che misura. Entra e io metabolizzo. Quando scrivo non decido
a priori “adesso faccio una cosa tipo quella canzone”.
Mi è capitato solo una volta in modo palese componendo la
mia prima canzone "vera" che è “L’aridità
dell’aria”. Mi ricordo che in quel periodo ascoltavo
molto Sinead O’Connor, “The lion and the cobra”.
Un album bellissimo, te lo consiglio se non lo conosci. C’è
una canzone che si chiama Just like you said it would be ed io mi
son detta “voglio fare una canzone così”. E difatti,
se tu la senti, inizia proprio come la sua, gli stessi accordi.
Poi va in una direzione diversa. È stata la prima in italiano.
All'epoca scrivevo prevalentemente in "cristinese" che
veniva poi tradotto da Davide. DOMANDA : Cos’è il cristinese?
CRISTINA : Il cristinese è EEEEEE (canticchia), un finto
inglese che mi serve per trovare una melodia, dopo ci metto le parole.
All’epoca, siccome non riuscivo a trovare la mia via in italiano,
Davide mi aiutava a mettere a posto l’inglese, cioè
il cristinese.
a cura di Roberta Camillo
|
|
|