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[Speciali]

Wu Ming

1 Perchè il 1954? LA domanda sorge spontanea sopratutto per quanto risulta attuale ora. Lo avete scritto ai tempi dei bombardamenti NATO su Belgrado, e ripropone situazioni che sembrano riproporsi ora, anche se la distanza geografica e culturale ci impedisce di accorgercene. Non a casa gli Yo Yo Mundi hanno recentemente realizzato uno spettacolo musical-teatrale tratto dal vostro romanzo.

WM La chiave è contenuta nell'epigrafe del romanzo, che gli Yo Yo Mundi hanno trasformato in canzone: "Non c'è nessun dopoguerra". Il dopoguerra è un artificio retorico occidentale. In realtà si tratta - ieri come oggi - di una semplice dislocazione del conflitto, di uno spostamento del fronte. Il secondo dopoguerra è stato caratterizzato dalle lotte per l'indipendenza delle colonie e per l'abbattimento dei regimi fantoccio teleguidati dalle potenze occidentali. Il 1954, da questo punto di vista è una data simbolica. Per la prima volta gli Stati Uniti intervennero militarmente per ribaltare un governo democraticamente eletto che contrastava gli interessi della multinazionale americana United Fruit. Bombardarono il Guatemala col napalm. Nello stesso anno, i vietnamiti sconfiggevano i colonialisti francesi in Indocina e gli americani si preparavano a soppiantare gli europei in quell'area geopolitica. Scegliere un punto d'origine del presente è sempre un atto arbitrario e parziale: noi abbiamo scelto il '54.
Abbiamo scritto il romanzo tra lo scoppio della guerra in Kossovo e l'attentato alle Twin Towers. E alla fine ci siamo accorti che parlando del passato avevamo parlato anche del presente. Con una differenza non da poco: dall'11 settembre 2001, la guerra è stata riportata dentro i confini dell'Occidente e oggi muoiono anche i "nostri" civili, come durante il secondo conflitto mondiale. Il ciclo si chiude e si apre una nuova epoca.

2 Com'è scrivere in gruppo? La soddisfazione personale è la medesima quando si adotta una sorta di “anonimato di gruppo”? Su Random Zone ci interessiamo di musica leggera, un ambito dove l'autore è tutto, a volte diventa perfino più importante della propria opera (anche quando sono in gruppo...). Un approccio come il vostro invece presuppone la morte dell'autore, l'allontanarsi di chi parla a favore del testo in sè, lo scomparire della dimensione biografica. Allora, dobbiamo proprio buttarcela alle spalle vecchia storia della creatività, della soggettività, del genio...?

WM Più che di morte dell'autore, sarebbe giusto parlare di un suo dissolversi in un ambito collettivo, allargato. La creatività non è mai individuale, se non altro perché l'individuo è un'ipotesi logica, nessuno vive separato dal mondo che lo circonda e dalle relazioni che lo influenzano. Pretendere di ricercare nella personalità del singolo autore, nel suo "sé" più intimo, la fonte o la scintilla della creatività, è piuttosto artificioso. Ognuno di noi è unico, ma nessuno di noi è univoco. Se non vivessimo immersi in una rete di relazioni, fatta di persone, collaboratori, amici, amanti, flussi informativi, eventi, non avremmo niente da dire né riusciremmo a dirlo. La produzione di storie, musiche, e di qualunque frutto dell'ingegno è sempre un fatto collettivo. L'atteggiamento moderno che vede la personalità dell'autore spesso e volentieri anteposta alla sua opera deriva da un pregiudizio. Scriviamo romanzi, raccontiamo storie, così come gli Yo Yo Mundi compongono musiche e canzoni. Scriviamo perché quelle storie circolino, vengano raccolte e raccontate da altri, come un giorno forse qualcuno le ha raccontate a noi. Non c'è nessuna particolare posa o attitudine psicologica "d'autore" da trasformare in spettacolo cultuale.
Nel nostro scrivere in gruppo ognuno trova una complementarietà, riesce a mettere a disposizione del prodotto finale il meglio di sé, mescolandolo al meglio degli altri. Il risultato è un testo infinitamente migliore di quanto ciascuno di noi da solo avrebbe potuto fare. E questo è molto gratificante.

3 La filosofia del copyleft, che si basa sulla condivisone e sul riconoscimento dei prodotti intellettuali come bene comune, può rientrare in un più ampio progetto “utopico” o comunitario? Se si come si potrebbe configurare?

WM Nessuna utopia. Proprio perché la produzione è sempre collettiva, è naturale che la collettività tenda a riappropriarsene e a rendere comuni certi beni. E' un suo diritto. Questo non riguarda soltanto i prodotti dell'ingegno, ma anche, ad esempio, le risorse del pianeta, come la terra,
l'aria e l'acqua potabile, che oggi vengono privatizzate. O i geni delle piante, scoperti e brevettati da privati, come se si potesse imporre un copyright sulle "invenzioni" di madre natura. E' evidente che il modello proprietario che ha regnato negli ultimi tre secoli è definitivamente entrato nella sua fase paradossale e quindi terminale. Non sappiamo cosa ci
riserverà il futuro, anche perché il vecchio modello, messo alle corde dalle sue stesse contraddizioni, ha abbandonato il piano della politica, per difendersi direttamente con gli eserciti e i cannoni. Quello che riusciamo a intravedere sono piccole grandi scintille, che prefigurano qualcos'altro. Dalle comunità autorganizzate nel sud del mondo alle reti telematiche che ricoprono orizzontalmente il pianeta, esistono già i prerequisiti parziali di un modello diverso.

4. Coerentemente con la filosofia della massima diffusione e condivisone del sapere, voi usate Internet per mettere a disposizione le vostre opere e fare conoscere il vostro pensiero. In molti si sono espressi con entusiasmo sulle possibilità offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione per creare una società nuova e migliore (vedi Lèvy per fare un esempio) In realtà affidare alla tecnologia il miglioramento della società si è sempre rivelata una chimera, e oggigiorno l'ideologia delle autostrade della comunicazione si fa rivelatrice di un futuro ben più “inquadrato” e dejà vu, tra ricostruzione del sistema panottico e industria dello spettacolo ( “Debord è davvero morto”, ma un piccolo aggiornamento non farebbe male).
Secondo voi quali possono essere le potenzialità realmente innovative e, perchè no, emancipative della Rete?

WM L'orizzontalità, appunto. Premesso che nessuno strumento è buono o cattivo in sé (con l'eccezione delle bombe e del motore a scoppio, che sarebbe meglio venissero banditi dall'umanità), internet ha completamente rivoluzionato il nostro modo di vivere e concepire il mondo. La rete offre la possibilità di emanciparsi dal ceto sacerdotale dei "mediatori" dell'informazione. Oggi esiste la possibilità di costruirsi un palinsesto personale, la propria tv, il proprio quotidiano, la propria radio self made, bypassando completamente i grandi mezzi di comunicazione di massa e i loro gestori. Non solo. La rete offre la possibilità di scambiarsi alla
pari materiali, notizie, suoni, immagini e testi, a costi assolutamente più bassi di quelli imposti dal mercato. Anche qui ritorniamo al conflitto di cui parlavamo, tra il vecchio modello proprietario, monopolistico, esclusivo ed escludente, e un nuovo modello inclusivo, aperto, paritario. La vulgata ufficiale lo definisce in termini di legalità contro pirateria, come sempre è accaduto nella storia quando un nuovo modo di pensare ha dovuto scalzare i pregiudizi e gli interessi dei potentati preesistenti. La partita è aperta, ma il passato ci insegna che la forza frenante della reazione alla novità prima o poi si esaurisce e si aprono altri scenari.

5 Il quadro sociale e storico che emerge in 54 è quello della grande disillusione, della morte degli ideli per opera della politica. Pierre fugge, come facciamo un po' tutti. L'incontro con l'ultimo personaggio nel finale vuole suggerire una nuova possibilità che si apre? E quali alternative alla disillusione e alla fuga ci sono nell'epoca della postpolitica, dove anche l'”impegno” per i giovani è soprattutto questione di essere “molto carini” (per citare i CCCP)?

WM La vita e la storia non smetteranno di riservare sorprese. Questo è il finale di 54. Qualcuno fugge, ovvero ricomincia da un'altra parte, qualcuno rimane per resistere. Qualunque via si scelga, fintanto che si resta in piedi è impossibile sfuggire alla propria vita. E una responsabilità verso noi stessi è ineludibile. Politica o post-politica, poco importa. Rimanere
vivi e aspirare a qualcosa di meglio è già una forma di lotta. Il passaggio "politico" sta semplicemente nel rendersi conto che è impossibile salvarsi il culo da soli e che quanto più collettiva sarà la lotta per la salvezza, tanto più avrà speranze di riuscita.

6 Voi vi ponete come un esempio di come il copyleft possa giovare anche alle vendite, invece di causare danno come affermano le case editrici. Pensate che la cosa sia trasponibile anche al mondo musicale e come?WM

Sembra che qualcuno ci stia già pensando. Qualche casa di produzione musicale sta rendendo scaricabili on line i singoli pezzi dei propri autori a cifre accessibili. Non è propriamente il copyleft, ma è il segno che qualcuno comincia a rendersi conto che il mondo è cambiato. Vincolare l'ascolto di un pezzo musicale all'acquisto di un intero lp in un negozio di dischi è ormai un'idea preistorica. E' giusto che io possa scaricarmi i pezzi che mi piacciono senza dover comprare il pacchetto completo.Ma la questione è un'altra. Le case discografiche scambiano la causa per l'effetto. Per il mercato dei dischi bisogna dire: chi è causa del suo male pianga se stesso. La gente scarica la musica da internet perché non ha più i soldi per comprarla nei negozi. Lorsignori hanno sentito parlare di recessione economica mondiale? Se i potentati della musica accettassero di ridurre i loro guadagni stratosferici e di rendere accessibili alle nostre
tasche i prezzi dei dischi, la gente non smetterebbe di comprarli. Un disco non è soltanto musica, è un oggetto, ha un formato, un booklet con testi, foto, commenti, dettagli tecnici, e ovviamente "l'arte" di chi canta e suona. Dentro quell'oggetto c'è del lavoro vivo, è costato tot idearlo e produrlo, è giusto che quel lavoro venga ricompensato. Così come è giusto che venga venduto a una cifra "reale", non inverosimile. Se scaricandomi un paio di pezzi musicali da internet li trovassi buoni, è facile che al prossimo compleanno di mio cugino gli regalerei l'intero lp (se non devo fare un mutuo per acquistarlo...). Con i nostri romanzi funziona proprio
così: tanta gente li scarica dal nostro sito, ne legge qualche capitolo, e se gli piacciono li va a comprare, li regala, li consiglia. Un accesso più libero e gratuito ai prodotti "culturali" incentiva le vendite.La cosa riguarda anche i cantanti. Signori, siete pagati per suonare, e per continuare a farlo, non solo in quei tre minuti che state nella sala d'incisione per poi godervi i frutti nei restanti quarant'anni di vita. State in strada, fate concerti, cantate dal vivo, guadagnatevi la pagnotta girando per le città, come hanno sempre fatto i cantastorie dall'alba dei tempi. Non affidatevi soltanto agli industriali della musica e agli sbirri del copyright per riscuotere il frutto delle vostre meningi e delle vostre dita. Insomma, siate meno complici del sistema di cui siete il volano, e rendetevi conto che i tempi sono cambiati.

7 Tempo fa ho letto un intervento sul file sharing, che ho trovato molto interessante, di Paolo Prato su Musica/Realtà n 67 (marzo 2002 Euresis edizioni). Ne faccio un breve riassuntino:
Paolo Prato si pone una domanda che va oltre il normale dibattito sul diritto o meno di scaricare musica gratis da internet. Lui si chiede perchè pretendiamo musica gratis da Internet, mentre per esempio non andiamo in un negozio di dischi a prenderci i CD gratis. Il che fa riflettere su come Internet ci influenza in maniera assia peculiare. Ma soprattutto si chiede perchè pretendiamo musica gratis e non scarpe o polli arrosto gratis. (Perchè i polli arrosto non li scarichi da internet, e questo è già un impedimento mica da poco).
Secondo Prato questo atteggiamento rispecchia un'evoluzione del tipo di fruizione della musica che ora si assesta sulla modalità del collezionismo, dell'accumulo. Non mi scarico una canzone perchè mi piace e non ne posso fare a meno, ma solo per averla, solo perchè è disponibile e POSSO averla. Il valore d'uso del brano sparisce a favore del solo valore di scambio. In questo modo Internet e in particolare il file sharing musicale, lungi dal favorire uno sviluppo culturale (con la condivsione e l'accesso facilitato ai prodotti intellettuali) diffonde vieppiù il tipico rapporto mercificato moderno con il mondo.
Questo vale forse di meno per i testi letterari, ma può indicare la possibilità che facilità di accesso si taduca più facilmente in superficialità che in arricchimento. Cosa ne pensate?

WM Può darsi che il file sharing non intacchi "concettualmente" il rapporto mercificato con il mondo, ma di sicuro lo intacca eccome sul piano dei fatti. La teologia del mercato ha un grande tabù: la gratuità. Tutto deve avere un prezzo, niente può sfuggire al meccanismo vendita-acquisto. Mettere in condivisione i file musicali è un crimine contro sua santità il mercato. E' un'eresia bella e buona. Per questo suona tanto inaccettabile ai potentati della musica, almeno quanto risulta naturale agli utenti di internet. Tutti noi abbiamo sempre scambiato libri, dischi, videocassette con i nostri amici. E li abbiamo sempre fotocopiati, registrati, duplicati. In un certo senso i milioni di utenti che ogni giorno nel mondo condividono file sulla rete, stanno conducendo una lotta implicita, pre-politica e pre-ideologica, contro l'industria della cultura e dello spettacolo per come la conosciamo oggi. Lo fanno sulla base di un istinto naturale, di una
consuetudine radicata e che considerano "normale". Quale modo più efficace di mettere in discussione la fruizione mercificata della musica, se non mettendo in atto una critica materiale al modo in cui è impostato il mercato musicale?

 

-FR-


 

 

 

 

 

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