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[Speciali]
Gli
"anni '80" oltre gli "anni '80"
Fine anni Settanta,
in Inghilterra e America la musica è in piena evoluzione:
il Prog lascia posto da una parte alla rabbia del punk, dall'altra
al glam raffinato e decadente (Bowie, Japan, Roxy Music). Con queste
spinte si entra negli anni 80, in cui la New Wave fa da denominatore
comune ad esperienze diverse, più o meno sperimentali, più
o meno conosciute.
In Italia: calma piatta. La musica italiana si
è attestata su un doppio fronte: “canzonetta sanremese”
e “cantautorato” (giusto un paio di esperienze prog
di Battiato e PFM), entrambi languono in una autosuffcienza nazionale
che sa di asfissia in confronto a quello che avviene all'estero.
All'inizio degli anni '80 alcuni strani figuri provocano alcuni
picchi all'encefalogramma della musica italiana. Con un'immagine
aggressiva che si rifà al punk ( ma spesso senza gli estremismi
d'oltremare) e ad altri esempi stranieri, cantanti come Camerini,
Garbo, Rettore, Righeira, Cattaneo, Krisma, con stili diversi
ma sempre fuori dai canoni nazionali, portano aria nuova e riaccendono
gli entusiasmi del pubblico giovane. Alberto Fortis e altri giovani
cercano di dare una nuova declinazione alla canzone d'autore.
Il fenomeno dura qualche stagione, il tempo di metabilizzare l'impatto
e la maggior parte di quegli artisti scompare dalla scena principale,
mentre l'Italia musicale diventa terra di conquista della nuova
invasione dalla terra di Albione. Sono i frutti maturi della new
Wave inglese, che si è appropriata del pop, capitanati dai
Duran Duran: new wave, glam, fascino strabordante,
irresistibili e perfettamente a proprio agio alle prese con le tecnologie
più recenti come davanti alle platee mediatiche mondiali.
Accanto ai nomi trainanti, altri gruppi approfondiscono quella che
è la grande innovazione del decennio: l'uso dell'elettronica
in musica: Joy Division, New Order, Killing Joke, Depeche
Mode, Cure, sono questi che lasceranno l'eredità
più duratura.
Apparentemente l'ondata inglese non ha concorrenza nè fa
scuola nel nostro Paese. In realtà nuove leve si nutrono
dei suoni nuovi che vengono dall'estero e cercano nuove strane.
Si tratta di una scena musicale che resta per lo più sommersa,
caratterizzata da una grande vivacità, e tanta voglia di
imitare i colleghi anglosassoni. Nel panorama nazionale si distinguono
Firenze, Torino, Pordenone e Bologna.
Secondo Alberto Campo (“Nuovo? Rock?! Italiano!”
Giunti, 1995) queste esperienze nostrane hanno il grosso
limite del cantato in inglese, che le taglia fuori dalla scena principale.
In pratica non avviene qui un'integrazione tra le innovazioni estere
e la musica italiana.
E poi gli Anni '80 finiscono.
Non è solo un fatto cronologico, nè una graduale evoluzione
di stile. La muscia negli anni '80 faceva parte di un più
ampio panorama culturale legato al boom economico. Anche per questo
aveva visto calare la tensione politica che era stata viva negli
anni '70 e si parlava di riflusso, di “ritorno all'ordine”.
Erano gli anni delle spalline larghe, del look ricercato e vistoso,
dello sfoggio, del glamour. Finito il boom, si butta via tutto.
Ritorno all'austerità, anche in musica. Lo pseudoimpegno
sociale ottimo per il marketing vuole fare piazza pulita della pretenziosità
a volte naïv degli anni appena trascorsi. Insieme all'acqua
calda (il benessere economico esibito) si butta via anche il bambino
(lo sperimentalismo musicale) senza dargli il tempo di articolare
i propri vagiti in qualcosa di duraturo.
Emblematico il caso dei Duran Duran, bollati a vita come gruppo
anni '80, anche quando inizieranno una fase della loro carriera
musicalmente diversa, relegati nella soffitta delle cose da dimenticare,
per il solo fatto di essere stati gli alfieri di quella ondata.
Cose tipicamente italiane. Artisti come Camerini, Cattaneo ecc,
patiscono l'handicap di non essere classificabili nelle categorie
classiche del panorama italiano e cadono nel dimenticatoio.
Ma forutnatamente la storia non finisce qui...
-FR-
contnua
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